Annaclara Conti,News

La violazione dell’art. 4 Statuto Lavoratori, legittimazione ed interesse ad agire

venerdì 30 dicembre , 2011

Con la decisione del 19 marzo 2011 la Corte d’Appello di Napoli affronta la questione relativa al potere del singolo lavoratore di agire per la declaratoria d’illegittimità dell’installazione e dell’uso di un impianto audiovisivo in difetto di preventivo consenso delle r.s.a. (nel caso di specie si trattava di un impianto di localizzazione satellitare basato sulla tecnologia c.d. Gps – Global Positioning System – collocato su automezzi aziendali, capace di individuare l’esatta posizione della vettura, nonché di seguirne con precisione il percorso) e per la conseguente rimozione dell’apparecchio o dell’inibizione del controllo, ove, però, dalla detta violazione dell’art.4, 2° comma, legge n. 300 del 1970, non siano derivati pregiudizi o conseguenze di sorta a carico del lavoratore ricorrente (cfr. App. Catania 24 dicembre 2005, per procedere all’installazione è necessario tentare l’accordo con tutte le rappresentanze sindacali presenti nell’azienda che intenda introdurre l’apparecchiatura di controllo, in mancanza di che ci si può rivolgere alla Direzione provinciale del lavoro, oggi Direzione Territoriale del Lavoro).

Condividendo la motivazione del giudice di prime cure, il Collegio campano ha ritenuto che il lavoratore possa agire solo quando l’uso illegittimo dell’impianto di controllo a distanza abbia inciso concretamente nella sua sfera giuridica, come ad esempio nell’ipotesi in cui, mediante il sistema di controllo a distanza del lavoro, gli siano state contestate delle violazioni disciplinari.

Afferma, infatti, la Corte d’Appello di Napoli che : “La domanda giudiziale volta ad ottenere la declaratoria di illegittimità dell’installazione di apparecchiature di controllo e la relativa rimozione per violazione dell’art. 4, co. 2, st. lav., stante la plurioffensività della condotta datoriale, è assimilabile alla tipica azione inibitoria ex art. 28 st. lav., per cui il singolo lavoratore può agire in giudizio solo quando dal controllo a distanza derivi un’effettiva e concreta lesione di un suo diritto, incidente sulla sua sfera giuridica e sul rapporto di lavoro in essere. Ne consegue che non sussiste l’interesse ad agire in capo al lavoratore, ai sensi dell’art. 100 c.p.c, qualora venga richiesto il mero accertamento dell’illegittimità del controllo generante un pregiudizio solo potenziale”.

I Giudici del gravame ritengono che l’azione proposta sia la tipica azione inibitoria, consentita ex art. 28 st. lav. al sindacato per tutelare le proprie prerogative sindacali, sempre che sussista l’attualità della condotta, laddove al singolo lavoratore non è concessa un’analoga azione quando non vi sia stata una lesione concreta ed attuale del bene protetto dalla norma, incidente nella sua sfera giuridica e sul rapporto di lavoro in essere (in giurisprudenza consta, sull’argomento, un solo precedente: App. Firenze 20 dicembre 2009, ove si riconosce la legittimazione attiva del singolo lavoratore ad agire in giudizio, sia per la tutela del proprio diritto a non essere controllato a distanza, sia per ottenere il relativo risarcimento del danno).

Pur riconoscendo che la norma azionata tuteli il diritto dei lavoratori a non essere sottoposti a forme di controllo occulto, la Corte d’appello di Napoli sottolinea, però, che il lavoratore non possa agire in giudizio prima che vi sia stata l’effettiva e concreta lesione del suo diritto, e rinvia, a sostegno di quanto affermato, alla consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione che ha ritenuto illegittimi, per violazione del citato art. 4 St. Lav., i provvedimenti disciplinari eventualmente assunti sulla base di elementi probatori acquisiti illegittimamente (le sentenze Cass. n. 47465/2002 e n. 8520/2000, citate in motivazione; cfr., sulla questione relativa ai controlli c.d. difensivi: Cass. 17 luglio 2007, n. 15892, secondo cui il controllo a distanza sull’attività dei lavoratori, di carattere difensivo, in quanto diretto ad accertarne comportamenti illeciti, non è soggetto agli oneri contemplati dall’articolo 4 dello statuto dei lavoratori, solo se questo controllo è diretto alla tutela di beni estranei al rapporto di lavoro. Trova invece applicazione detto articolo se il controllo difensivo tende ad accertare l’esatto adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro. I giudici hanno affermato che i dati acquisiti in violazione di detto articolo, non possono essere legittimamente posti a fondamento di un licenziamento. Nella stessa decisione si legge che “in tema di divieto di utilizzo di apparecchiature per il controllo a distanza dell’attività dei lavoratori previsto dall’art. 4 legge n. 300 del 1970, la rilevazione dei dati di entrata e uscita dall’azienda mediante un’apparecchiatura di controllo predisposta dal datore di lavoro per il vantaggio dei dipendenti (…) ma utilizzabile anche in funzione di controllo dell’osservanza dei doveri di diligenza nel rispetto dell’orario di lavoro e della correttezza dell’esecuzione della prestazione lavorativa, non concordata con le rappresentanze sindacali, nè autorizzata dall’Ispettorato del lavoro, si risolve in un controllo sull’orario di lavoro e in un accertamento sul quantum della prestazione, rientrante nella fattispecie prevista dal 2° comma dell’art. 4 della legge n. 300 del 1970; nè l’esigenza di evitare condotte illecite da parte dei dipendenti può assumere portata tale da giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignità e riservatezza del lavoratore”; Cass. pen. Sez. V, 18 marzo 2010, n. 20722, che ha statuito che gli articoli 4 e 38 dello Statuto dei lavoratori implicano l’accordo sindacale a fini di riservatezza dei lavoratori nello svolgimento dell’attività lavorativa, ma non implicano il divieto dei cd. controlli difensivi del patrimonio aziendale da azioni delittuosi da chiunque provenienti. In tal caso, pertanto, non si ravvisa inutilizzabilità ai sensi dell’articolo 191 c.p.p. di prove di reato acquisite mediante riprese filmate, ancorché sia perciò imputato un lavoratore subordinato; Cass. 8 marzo 2010, n. 5546, a mente della quale è sanzionabile con il licenziamento la condotta del dipendente che usa il cellulare di servizio per inviare un massiccio numero di messaggi per scopi privati; il telefonino messo a disposizione del lavoratore da parte dell’azienda, infatti, non si deve considerare come un benefit ma come un vero e proprio strumento di lavoro. Secondo la Cassazione ne consegue che, chi ne abusa può essere sanzionato con il provvedimento espulsivo e non esclude l’inadempimento il fatto che l’uso indebito del cellulare di servizio sia avvenuto con l’invio di sms anziché di telefonate, perché con l’espressione traffico si intendono comprese tutte le possibili modalità di utilizzo dell’apparecchio. Cfr. ancora Cass. 23 febbraio 2010, n. 4375, per la quale l’installazione e l’utilizzazione di un programma informatico che consenta al datore di lavoro di controllare gli accessi dei dipendenti a siti internet devono essere autorizzate con accordo sindacale o dalla Direzione provinciale del lavoro. In mancanza dell’autorizzazione, i dati acquisiti non possono essere utilizzati per eventuali contestazioni disciplinari. I programmi informatici che consentono il monitoraggio della posta elettronica e degli accessi ad internet sono strumenti di controllo allorquando consentono al datore di lavoro di controllare a distanza e in via continuativa l’attività lavorativa. In tal caso, la loro installazione è soggetta alla disciplina di cui all’art. 4 legge n. 300/1970. La violazione di tale disciplina, secondo i Giudici di legittimità, rende inutilizzabili i dati acquisiti per eventuali sanzioni disciplinari; Trib. Roma 19 gennaio 2010, in Not. Giur. Lav., 2010, 2, 176; Trib. Milano 18 marzo 2006, per il quale è antisindacale l’installazione e il conseguente utilizzo da parte del datore di lavoro di un software di controllo a distanza dell’attività lavorativa in assenza di un previo accordo con i competenti organi sindacali, a nulla rilevando che la società giustifichi l’utilizzo di tale software per controlli difensivi, in quanto nessun controllo può considerarsi legittimo se effettuato in contrasto con il disposto dell’art. 4 comma 2 st. lav.; Trib. Perugia 20 febbraio 2006, alla cui stregua la condotta del datore di lavoro che effettui una verifica sul pc del dipendente per accertarne l’eventuale abuso non integra la violazione degli art. 4 e 8 st. lav. in quanto costituisce non un controllo a distanza sull’attività del lavoratore bensì un controllo differito nel tempo di tipo difensivo contro condotte illecite).

Secondo la giurisprudenza per “legittimazione ad agire” s’intende una condizione dell’azione diretta all’ottenimento, da parte del giudice, di una qualsiasi decisione di merito, la cui esistenza è da riscontrare esclusivamente alla stregua della fattispecie giuridica prospettata dall’azione, prescindendo, quindi, dall’effettiva titolarità del rapporto dedotto in causa, che si riferisce al merito della causa, investendo i concreti requisiti di accoglibilità della domanda e, perciò, la sua fondatezza. Ne consegue che, a differenza della “legitimatio ad causam” (il cui eventuale difetto è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio), intesa come il diritto potestativo di ottenere dal giudice, in base alla sola allegazione di parte, una decisione di merito, favorevole o sfavorevole, l’eccezione relativa alla concreta titolarità del rapporto dedotto in giudizio, attenendo appunto al merito, non è rilevabile d’ufficio, ma è affidata alla disponibilità delle parti e, dunque, per farla valere proficuamente, deve essere tempestivamente formulata (Cass. 10 maggio 2010, n. 11284; Cass. 30 maggio 2008, n. 14468).

A mente della decisione annotata e con riguardo al diverso concetto di interesse ad agire, carente in capo al lavoratore ricorrente nel caso sub judice, deve negarsene la sussistenza qualora venga richiesta l’eliminazione di una situazione d’incertezza dalla quale derivi un pregiudizio meramente potenziale.

È, infatti, principio consolidato in giurisprudenza quello secondo cui l’interesse ad agire, previsto quale condizione dell’azione dell’articolo 100 c.p.c., con disposizione che consente di distinguere fra le azioni di mera iattanza e quelle oggettivamente dirette a conseguire il bene della vita consistente nella rimozione dello stato di giuridica incertezza in ordine alla sussistenza di un determinato diritto, vada identificato in una situazione di carattere oggettivo derivante da un fatto lesivo, in senso ampio, del diritto e consistente in ciò che senza il processo e l’esercizio della giurisdizione l’attore soffrirebbe un danno, sicchè esso deve avere necessariamente carattere attuale, poichè solo in tal caso trascende il piano di una mera prospettazione soggettiva, assurgendo a giuridica ed oggettiva consistenza, e resta invece conseguentemente escluso quando il giudizio sia strumentale alla soluzione soltanto in via di massima o accademica di una questione di diritto in vista di situazioni future o meramente ipotetiche (v. Cass. 28 giugno 2010, n. 15355; Cass. 23 dicembre 2009, n. 27151; Cass. 9 ottobre 1998 n. 10062, citata in motivazione e Cass. 27 novembre 1999 n. 13293; Cass. 18 aprile 2002 n. 5635; Cass. 23 novembre 2007 n. 24434; Cass. 20 aprile 1995 n. 4444,; Cass. 28 aprile 1995, n. 4740, in Not. Giur. Lav., 1995, 665; Cass. 28 novembre 1991, n. 12818, in Not. Giur. Lav., 1992, 309; Cass. civ., Sez. III, 24 maggio 2003, n. 8236; Cass. civ., Sez. III, 24 settembre 2002, n. 13906; Cass. 20 giugno 1983, n. 4220; cfr. anche Cass. civ., Sez. Unite, 10 agosto 2000, n. 565, per cui l’interesse ad agire è un requisito della domanda consistente nell’esigenza di ottenere un risultato utile giuridicamente apprezzabile e non conseguibile senza l’intervento del giudice; nelle azioni di mero accertamento presuppone uno stato di incertezza oggettiva sull’esistenza di un rapporto giuridico tale da arrecare all’interessato un pregiudizio concreto ed attuale, anche se non implicante necessariamente la lesione di un diritto.

La decisione della Corte d’appello di Napoli, appare condivisibile sia in punto di esclusione della legittimazione ad agire, sia con riguardo alla carenza d’interesse ad agire del singolo lavoratore.

Sotto il primo profilo giova osservarsi che nonostante l’indubbia plurioffensività della condotta datoriale nel caso di specie, i principali elementi interpretativi che sembrano negare il ruolo sostanziale e processuale del singolo lavoratore nell’azione di accertamento e inibitoria in questione sono l’inserimento dei soggetti sindacali (le r.s.a.) e amministrativi (la D.P.L.) nella procedura di legittimazione dei sistemi di controllo indiretto sull’attività lavorativa, nonché la mancata inclusione, rilevata, però, solo dal giudice di prime cure, del singolo dipendente nel novero dei soggetti legittimati ad impugnare, innanzi al Ministero, i provvedimenti della D.P.L., disciplinanti l’uso degli impianti di controllo in assenza di accordo con le r.s.a. (prerogativa prevista dal 4° comma dell’art. dello St. Lav.).

Rispetto alla rilevata carenza d’interesse ad agire del singolo lavoratore, va detto che per ottenere una pronuncia di illegittimità dell’installazione d’impianti di controllo a distanza, nella prospettiva di garantire le esigenze imprenditoriali previste dal 2° comma dell’art. 4 della legge citata, nonché quelle della collettività, le azioni giudiziarie del singolo lavoratore paiono giustificate solo ove sussista un’effettiva e concreta lesione di un suo diritto, incidente sulla sua sfera giuridica e sul rapporto di lavoro in essere, con la conseguente esclusione dell’interesse ad agire, qualora venga richiesto il mero accertamento dell’illegittimità del controllo fonte di un pregiudizio solo astratto e potenziale.

Annaclara Conti

 

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