Annaclara Conti

Controlli del datore di lavoro a mezzo di agenzia investigativa

lunedì 5 marzo , 2018

La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, del 9 giugno 2017, n. 14454 torna ad esaminare la questione relativa alla legittimità dei controlli effettuati dai datori di lavoro a mezzo di agenzia investigativa, per verificare eventuali illeciti a carico del patrimonio aziendale.

Essa ribadisce che, laddove il controllo riguardi un illecito a carico del patrimonio aziendale e non di un inadempimento contrattuale, non si rinviene contrasto con gli artt. 2 e 3 della legge n. 300 del 1970 (che a tutela della libertà e dignità del lavoratore delimitano le sfere di intervento delle persone preposte dal datore di lavoro a difesa dei suoi interessi). Nel caso specifico, infatti, l’agenzia investigativa aveva effettuato i controlli limitandosi ad una condotta analoga a quella di qualsiasi altro cliente – ossia presentando alla cassa la merce acquistata ed a pagare il relativo prezzo – senza porre in essere condotte né dirette a vigilare sull’attività lavorativa vera e propria (compito attribuito al datore di lavoro e ai suoi collaboratori), né tantomeno ad indurre in errore l’operatore.

Molti sono i precedenti in materia, trai quali, rammentiamo: Cass. 22 novembre 2012, n. 20613, in Not. Giur. Lav., 2013, p. 344, secondo cui “Le norme di cui agli artt. 2 e 3 l. 20 maggio 1970, n. 300, che garantiscono la libertà e la dignità del lavoratore, non escludono il potere dell’imprenditore di controllare, direttamente o mediante la propria organizzazione – adibendo, quindi, a mansioni di vigilanza determinate categorie di prestatori d’opera, anche se privi di licenza prefettizia di guardia giurata, ai fini della tutela del proprio patrimonio mobiliare ed immobiliare, all’interno dell’azienda (indifferentemente, in ambienti chiusi o in aree all’aperto) – non già l’uso, da parte dei dipendenti, della diligenza richiesta nell’adempimento delle obbligazioni contrattuali, bensì il corretto adempimento delle prestazioni lavorative al fine di accertare mancanze specifiche dei dipendenti già commesse o in corso di esecuzione. Ciò senza che tale potere subisca deroghe in relazione alla normativa in materia di pubblica sicurezza ed indipendentemente dalle modalità del controllo, che può legittimamente avvenire anche occultamente, non ostandovi né il principio di correttezza e buona fede nell’esecuzione dei rapporti, né il divieto di cui all’art. 4 l. n. 300 del 1970, che riguarda esclusivamente l’uso di apparecchiature per il controllo a distanza e non è applicabile analogicamente, siccome penalmente sanzionato”; Cass., 1° aprile 2005, n. 6832, ibidem, 2005, p. 460, alla cui stregua “Sono legittimi i controlli posti in essere da dipendenti di un agenzia investigativa i quali, operando come normali clienti di un esercizio commerciale e limitandosi a presentare alla cassa la merce acquistata e a pagare il relativo prezzo, verifichino la mancata registrazione della vendita e l’appropriazione della somma incassata da parte dell’addetto alla cassa”.

La Cassazione, nella fattispecie scrutinata, non ha ritenuto che la condotta datoriale potesse ritenersi violativa dei generali canoni di correttezza e buona fede (soprattutto quando, come nel caso di specie, siffatta modalità abbia trovato giustificazione nella pregressa condotta inadempiente del dipendente); né – con ciò confermando  che si ponesse in contrasto con il divieto di cui all’ art. 4 della l. 20 maggio 1970, n. 300, che si riferisce esclusivamente all’uso di apparecchiature per il controllo a distanza, e non è applicabile analogicamente, in quanto penalmente sanzionato (v. anche Cass., 12 giugno 2002, n. 8388; Cass., 14 luglio 2001, n. 9576; Cass., 3 novembre 2000, n. 14383, in Not. Giur. Lav., 2001, p. 161).

Consegue a ciò che, secondo il riferito canone interpretativo del Supremo Collegio, i controlli per accertare eventuali mancanze specifiche dei dipendenti possono avvenire anche occultamente, qualora vi sia il sospetto o anche la mera ipotesi che gli illeciti siano in corso di esecuzione, così superando l’orientamento minoritario di parte della dottrina che sosteneva, ai fini della legittima attuazione dei controlli, la necessità della commissione dell’illecito.

Per completezza deve rammentarsi che la Cassazione (cfr. per tutte Cass. 4 marzo 2014, n. 4984) nel ribadire la linea interpretativa prevalente in giurisprudenza in ordine alla portata delle disposizioni della l. n. 300 del 1970 (artt. 2 e 3) che delimitano, per la tutela della libertà e della dignità dei lavoratori costituzionalmente garantite, la sfera di intervento di persone preposte dal datore di lavoro a difesa dei propri interessi – e cioè per scopi specifici di tutela del patrimonio aziendale e di vigilanza dell’attività lavorativa – ha chiarito che le citate norme non precludono il potere dell’imprenditore di ricorrere alla collaborazione di soggetti (quale, ad esempio, un’agenzia investigativa) per la tutela del patrimonio aziendale, né, rispettivamente, di controllare l’adempimento delle prestazioni lavorative e quindi di accertare mancanze specifiche dei dipendenti, ai sensi degli artt. 2086 e 2104 c.c., direttamente o mediante la propria organizzazione gerarchica.

I giudici di legittimità hanno, altresì, avuto modo di chiarire che le attività di controllo esercitabili da soggetti terzi rispetto all’organizzazione lavorativa – quali, appunto, le agenzie d’investigazione ingaggiate da un datore di lavoro – non possono sconfinare nella vigilanza dell’attività lavorativa vera e propria. Tale potere, infatti, è riservato dal più volte richiamato art. 3 l. n. 300 del 1970 direttamente al datore ed ai suoi collaboratori. Ma nulla esclude che l’intervento in questione sia diretto a verificare la sussistenza ed il contenuto di altri illeciti (v. Cass., 14 febbraio 2011, n. 3590).

Altro principio enunciato dalla decisione in epigrafe è quello afferente all’immediatezza della contestazione dell’illecito, al fine di garantire il diritto alla difesa del lavoratore. Precisano, infatti, i giudici di legittimità che: “a tutela del diritto di difesa dell’incolpato, è necessario che la contestazione sia tempestiva e che l’accertamento non sia limitato ad un unico episodio, non sempre significativo, e sia corroborato dall’accertamento delle giacenze di cassa alla fine della giornata lavorativa del dipendente”.

La tempestività, nella fattispecie in questione, deve quindi, secondo la Cassazione, essere valutata in relazione sia alla necessità di effettuare la contestazione solo alla fine della giornata lavorativa del dipendente, attraverso il riscontro delle giacenze di cassa, sia anche intesa in senso relativo, qualora l’addebito riguardi un comportamento reiterato e complessivo del lavoratore, risultante da singole mancanze e dal loro insieme, dovendosi aver riguardo alla necessità di una adeguata valutazione della condotta del lavoratore protrattasi nel tempo e ciò anche nell’ interesse dello stesso lavoratore (v. tra le altre Cass., 19 febbraio 2008, n. 4067).

 

Anna Conti

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